Ugo Borsatti, lo scatto del bacio che ha fatto il giro del mondo

di Roberta Gregori

Nonostante l’età avanzata, 95 anni, Ugo Borsatti tiene ancora aperto il suo storico studio di fotografia (via Gratteri 17 b) a Trieste. Ed è in questo locale, Foto Omnia si chiama, carico di fascino rétro per la presenza di vecchi modelli di macchine fotografiche e scaffali ricolmi di stampe, che lo incontro per quella che diventa una piacevolissima chiacchierata. Una vita intera dedicata alla fotografia, con cui ha documentato momenti salienti della storia del Novecento.

Lo scatto che cambiò la vita di Ugo Borsatti

È soprattutto grazie alla foto del bacio tra una ragazza e un soldato americano che lascia Trieste nel 1954 che Borsatti acquista la notorietà. Gli chiedo subito di questo scatto: la giovane donna è in lacrime mentre due soldati la sollevano per avvicinarla al finestrino del treno e baciare il soldato in partenza di cui è innamorata.

Ugo Borsatti ha pensato che quello fosse un addio quello tra i due ragazzi. Invece, quarant’anni dopo un cliente entra in negozio e riconosce nella foto i due zii, felicemente sposati e residenti in California assieme ai loro tre figlie e cinque nipoti. Così il fotografo incontra di nuovo quella coppia che lo ha reso celebre. Si commuovono, e si abbracciano stretti. Poi si sono tenuti in contatto epistolare per anni.

Uno scatto che racconta una bellissima storia d’amore, ma anche la sensibilità di un fotografo, che attraverso le sue immagini mette in risalto una spinta etica e umana.

Borsatti in Croazia, internato in un campo di concentramento

Gli chiedo di parlarmi del libro “Croazia 1944″, il diario che Ugo Borsatti ha scritto a 17 anni, quando venne costretto al lavoro coatto dai tedeschi fino alla cattura da parte dei partigiani iugoslavi e alla deportazione nel campo di concentramento di Delnice. Qui, sarà testimone di sevizie e dell’eccidio di ventitré prigionieri, restando tra i soli tre sopravvissuti.

“E mi pongo – scrive – ancora con rabbia, senza trovar risposta, un angoscioso interrogativo: perché questa strage?”.

È un libro – mi spiega Ugo Borsatti – a cui tiene molto perché, al contrario dei libri di storia scritti al rientro della guerra, la forma del diario mantiene viva la memoria dei particolari e delle emozioni provate. E con dispiacere pensa alle nuove fosse comuni in Ucraina

Nel libro trovo anche un accenno – non esibito – al fatto che i suoi ospitarono per molto tempo un ebreo (dei 700 ebrei triestini deportati nei campi di sterminio solo una ventina si salvò). Mi dice che era un amico e collega musicista del padre che dormiva nella sua camera per nascondersi.

Ugo Borsatti ha cominciato a fare il fotografo un po’ per caso, dopo aver preso il diploma da geometra. Ha ben stampato in testa gli esordi nel fotoreportage, sua grande passione, i miseri guadagni e le corse in vespa per tornare in studio a sviluppare, per poi spedire. E a 95 anni è ancora lì, in via Gratteri, con la stessa determinazione di allora. Andate a trovarlo. Vi sta aspettando.

Per approfondire, qualche suo titolo:

Ugo e Noi”,

“Leica e le altre”,

“Trieste 1954”.

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