Christophe Galfard con Stephen Hawking alla scoperta dell’Universo

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Christophe Galfard e Stephen Hawking

L’intervista allo scienziato francese. Dalla collaborazione con l’astrofisico sui buchi neri alla divulgazione per tutti. La scienza a portata di mano

Lunedi 20 giugno 2016

Parigino, quarantenne, il fisico teorico Christophe Galfard ha collaborato strettamente con Stephen Hawking allo studio sui buchi neri e sulle origini dell’universo. Si occupa ora di divulgazione scientifica, trasformando la fisica in una narrazione che possiamo capire e che ci rende felici. In un caffè di Parigi, prima di una conferenza lo scorso 18 giugno, ci spiega il perché.

Il suo è un percorso straordinario: da studente arriva all’università di Cambridge e collabora con il celebre astrofisico Stephen Hawking…
«Ero iscritto a una grande école d’Ingegneria, l’École Centrale de Paris, che era molto indirizzata verso l’industria. Mi piaceva, ma non quanto occuparmi di scienza teorica, matematica pura e cose del genere. Così ho fatto domanda per un Certificate of Advance Studies in Mathematics a Cambridge e mi hanno accettato. Ho iniziato nel 2004 e alla fine di quell’anno ai dieci migliori studenti veniva assegnata automaticamente una borsa di studio per un Ph.D. ed io ero uno di quelli. Ho incontrato il professor Hawking, il quale mi ha chiesto se volessi lavorare per lui e ho risposto , e così abbiamo cominciato. Stephen Hawking è molto noto in tutto il mondo, ovunque è una superstar, ma non è quello che percepisci quando lavori con lui, l’aspetto della superstar mediatica non appare. È uno scienziato puro e la scienza è la sola cosa che gli interessi, assieme alla diffusione della conoscenza scientifica, che è ciò che sto facendo io adesso. Le domande che pone ai suoi studenti sono solitamente estremamente difficili, il genere di cose su cui nessuno ha una risposta, e spesso non sai nemmeno come cominciare. Per quasi un anno e mezzo ho cercato di capire la domanda che mi fece il primo giorno. All’inizio non lo vedevo spesso, poi, quando ho cominciato ad avere una preparazione migliore, ho cominciato a lavorare con lui non stop, ed è stato fantastico».

Con Stephen Hawking è anche co-autore di un libro di divulgazione scientifica per ragazzi.
«Sì, è stato dopo il mio Ph.D. Ho scritto assieme a Hawking e a sua figlia il primo libro per ragazzi La chiave segreta per l’universo. È stata anche la mia prima esperienza nello scrivere ed è andata bene».

Cosa è la scienza per lei?
«Da sempre l’essere umano ha capito che ci sono delle regole in natura, le cose non avvengono per magia. Se lanci qualcosa a qualcuno, quel qualcosa non ti ritorna indietro o sparisce e riappare altrove. E sai che non succederà perché è radicato nella nostra intuizione, la quale capisce che ci sono delle leggi in natura che non possono essere infrante. Ecco, la scienza è per me capire cosa siano queste leggi e trovare il modo di applicare queste leggi a nostro vantaggio. Poi, l’immaginazione, andare oltre l’intuizione, oltre i nostri sensi per scoprire una parte della realtà mai vista e pensata prima. La scienza permette di avere una percezione più vasta della realtà e dei misteri che ci circondano. A cosa serve la scienza? È la domanda che molte persone si pongono. Per la medicina è evidente, puoi curare le persone, farle vivere più a lungo, trovare le malattie e fare in modo che non ti colpiscano.
C’è una parte della scienza più teorica, quella di cui mi sono occupato, che non ha un effetto immediato per la tecnologia nel nostro presente, ma lo ha nel lungo termine. Ed è una cosa che è difficile spiegare ai politici, per esempio.
Quando i primi scienziati hanno iniziato a lavorare alla relatività generale e alla teoria quantistica non si aspettavano delle implicazioni dirette. Eppure i nostri computer, i cellulari e tutta la nostra tecnologia si basano su quegli studi.
Infine, penso che la scienza faccia parte dell’innata curiosità dell’essere umano: scoprire come l’universo funzioni, la sua storia, il suo futuro, da dove veniamo e di cosa siamo fatti. E la scienza si pone queste domande, al contrario di altre discipline che invece rispondono alle domande, e cerca di capire se riusciamo a scoprire queste cose, e io penso che possiamo. Ma c’è un’altra parte divertente, ovvero ogni volta che comprendi qualcosa di nuovo, ti rendi conto che si aprono altri misteri. Molte persone mi chiedono della differenza e della possibile opposizione tra scienza e religione. Io penso che la scienza sia molto più umile. Lo scopo della scienza è di cercare di capire la realtà, qualsiasi cosa ciò significhi, invece di dimostrare o confutare l’esistenza di Dio».

Una scienza che lei si propone di comunicare in modo divertente.
«La scienza ci ha permesso di scrivere una sorta di storie della realtà in cui viviamo e queste storie possono essere raccontate in molti modi. Io credo profondamente e sinceramente che tutti possano capire queste storie, non necessariamente la matematica che sta dietro, ma almeno la parte fondamentale. Come ci sono diversi modi di raccontare le storie, così ci sono diversi modi di spiegare cosa sappiamo sulla scienza e credo che sia una fonte di felicità che queste cose possano essere diffuse in un modo divertente. Questo è quello che cerco di fare io».

Arrivando al suo ultimo libro, L’universo a portata di mano, scrive di una promessa e di un’ambizione.
«La promessa è che il libro contiene una sola equazione. Le equazioni sono il linguaggio attraverso il quale le scoperte sono state fatte, ma possono essere tradotte in parole o in immagini. L’ambizione è di non lasciare indietro nessun lettore. Come dicevo prima, penso che tutti possano capire. Poi, sono convinto che ci sia qualcosa che ti faccia star bene nel conoscere cosa sia noto oggi. Attualmente sappiamo molte più cose rispetto al passato e molti misteri saranno svelati nel futuro».

Ci può parlare dell’importanza di tre recenti avvenimenti e scoperte scientifiche: il bosone di Higgs, Rosetta e le onde gravitazionali?
«Penso che queste tre cose non siano allo stesso livello. La rilevazione del bosone di Higgs è un trionfo tecnologico. Siamo riusciti a scoprire qualcosa di estremamente difficile che era stato previsto quindici anni fa. Secondo la mia opinione, anche se la conquista tecnologica è straordinaria, in qualche modo chiude una porta, conferma una teoria che aveva bisogno di questa scoperta.
Rosetta è anche lei magnifica, mettere piede su una superficie mai raggiunta prima ci fornisce un pezzo del puzzle che cerca di riscrivere la storia dell’universo.
Le onde gravitazionali sono un nuovo strumento che improvvisamente abbiamo, ciò non chiude una porta, ma ci dà nuovi occhi.
L’esistenza delle onde gravitazionali era nota da anni, prevista da Albert Einstein nel 1916 e nel 1993 il premio Nobel fu consegnato per la prova indiretta. Che esistessero quindi non è una sorpresa, la novità è che siamo riusciti a scoprirle direttamente e che abbiamo uno strumento per farlo.
Fino ad adesso quello che conoscevamo dell’universo è stato rilevato grazie alla luce, ora abbiamo qualcosa di diverso che ci permette di vedere nuove cose. Abbiamo già scoperto la collisione di due buchi neri e siamo all’inizio di questa tecnologia. Questo grazie a LIGO. Lisa Pathfinder e Lisa sono la prossima generazione e non riesco nemmeno ad immaginare cosa potranno scoprire se la tecnologia funziona, sarà indescrivibile».

Stephen Hawking sta lavorando a un progetto sull’esplorazione stellare (New Breakthrough Initiative). Il fisico scrive che ciò che rende unici gli esseri umani è il trascendere i nostri limiti, con le nostre menti e con le nostre macchine.
«Ci sono molti modi di viaggiare, si può viaggiare fisicamente o con la propria mente. Ed è grazie alle nostre menti, al cervello e alla scienza che siamo capaci di viaggiare nell’insieme dell’universo. Che dire? Il progetto è entusiasmante, geniale. Sarebbe la prima volta che riusciamo a lanciare un veicolo spaziale, il più leggero mai costruito, verso un altro sistema stellare».

Gli astronauti sono i moderni esploratori?
«Non sono la stessa cosa. Gli astronauti sono meno teorici e hanno uno scopo più pratico. Sono piuttosto avventurieri dello spazio e spero che possano essere sempre più numerosi negli anni a venire per raggiungere Marte e altre destinazioni».

Roberta Gregori

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